Moneta sotto ricatto

La Banca centrale europea di Mario Draghi, sostenendo con vigore le banche del continente, sta facendo prova di sano pragmatismo, eppure l’Unione europea potrebbe non aver finito di pagare le conseguenze del “moralismo” tedesco applicato alle scelte di politica economica. Ne è convinto l’economista Charles Wyplosz, francese per nascita e studi, statunitense per formazione, oggi svizzero per lavoro.
16 FEB 12
Ultimo aggiornamento: 23:03 | 15 AGO 20
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La Banca centrale europea di Mario Draghi, sostenendo con vigore le banche del continente, sta facendo prova di sano pragmatismo, eppure l’Unione europea potrebbe non aver finito di pagare le conseguenze del “moralismo” tedesco applicato alle scelte di politica economica. Ne è convinto l’economista Charles Wyplosz, francese per nascita e studi, statunitense per formazione, oggi svizzero per lavoro. Vuole dire che in Grecia andrà ancora peggio che in questi mesi? “Il punto è un altro – dice Wyplosz al Foglio – è che la Bce sta facendo una scommessa da un trilione di dollari”. Come ogni scommessa, c’è la possibilità di perderla, soprattutto perché la Bce – è la tesi dell’economista – non ha potuto finora trasformarsi in un vero garante della moneta unica, come la Fed statunitense per il dollaro e la Bank of England per la sterlina, ed è stata costretta invece a incentivare le banche a sostenere il debito dei paesi membri, scaricando su di loro i rischi connessi.

Wyplosz, professore di Economia internazionale al Graduate institute di Ginevra, studia da anni la politica monetaria dell’Eurozona, e da qualche mese ha iniziato a scrutare la Bce con piglio più polemico. Così nel novembre scorso ha deciso di scrivere una lettera aperta all’Eurotower: capisco i vostri dubbi, in molti casi li condivido – era il senso del messaggio ai banchieri centrali di Francoforte – ma ora la Bce deve decidersi ad agire come prestatore di ultima istanza degli stati, altrimenti salta tutto. Il destinatario della missiva era però il solo presidente della Bundesbank, Jens Weidmann: “Perché era lui a fare ripetute dichiarazioni opponendosi a una svolta della politica monetaria, peraltro senza mai offrire giustificazioni razionali. Una personalità della sua influenza dovrebbe spiegarsi, non limitarsi alle dichiarazioni”. La lettera fu pubblicata su Voxeu.com, una delle più autorevoli vetrine on line degli economisti europei, che Wyplosz ha contribuito a fondare, poi tradotta da Lavoce.info, sito web avviato da Francesco Giavazzi e Tito Boeri, infine ripresa dalla stampa. Risposte da Weidmann? “Sto ancora aspettando”, replica il professore.
Nel frattempo però Mario Draghi ha sostituito Jean-Claude Trichet ai vertici della Bce. “E’ cambiato il presidente, sono entrate nuove personalità nel Comitato esecutivo (il tedesco Jörg Asmussen, il francese Benoît Coeuré, il belga Peter Praet, ndr), e c’è stato un netto miglioramento delle politiche attuate dalla Banca centrale”, riconosce Wyplosz, facendo riferimento alle aste di rifinanziamento a tre anni a tassi ultra bassi per le banche. “Difficile non vedere un legame tra il calo impressionante dei rendimenti sui titoli di stato e le operazioni di rifinanziamento a lungo termine della Bce. La storia è semplice: le banche prendono a prestito da Francoforte a tassi irrisori, circa l’1 per cento, e comprano titoli con interessi molto maggiori”. Anche “l’ammontare – ha spiegato Wyplosz in un suo recente intervento – è considerevole: alla fine di dicembre queste operazioni hanno immesso nel sistema 250 miliardi di euro di nuova liquidità. Le aspettative sono che con la prossima asta vedremo un’immissione di molte volte maggiore. Quando uno realizza che la capacità massima di prestito dell’attuale Fondo salva stati, l’Efsf, è di soli 250 miliardi, non è difficile capire perché la Bce abbia rivoluzionato i sentimenti predominanti nel mercato”.

Cosa non vada però nella “scommessa” da un trilione di euro della Bce è presto detto. Wyplosz è d’accordo con quanti hanno letto nelle nuove “politiche non convenzionali” di Mario Draghi “un modo pragmatico” per aggirare l’opposizione tedesca a una classica forma di Quantitative easing, cioè l’allentamento monetario che negli Stati Uniti come nel Regno Unito comporta anche l’acquisto di asset pubblici e al quale Berlino si oppone “per i presunti rischi di iperinflazione”. Ma “nulla è gratis”, osserva l’economista francese, e quindi in Europa potremmo pagare il fatto di non aver lasciato che la Bce acquistasse direttamente i titoli del debito pubblico sul mercato secondario, proprio come hanno fatto Fed e Bank of England: “Da noi sono le banche commerciali che prendono a prestito da Francoforte e acquistano titoli del debito sovrano, facendo abbassare lo spread. Ma il plausibile default di alcuni paesi trasformerebbe questi stessi bond in asset tossici. Più gli istituti di credito ne accumulano, più la situazione diventa rischiosa. Ecco perché quella della Bce è una mossa intelligente, ma pur sempre una scommessa” spiega Wyplosz. “Le crisi del debito sovrano sono un classico esempio di ‘equilibri multipli’ e, se i mercati dovessero realizzare che alcune politiche decisive non si sono materializzate, un cattivo equilibrio potrebbe prevalere, i default avverrebbero a catena, con costi enormi per i contribuenti”. Perciò resta fondamentale la differenza con “Fed e Banca centrale inglese che hanno acquistato direttamente titoli del debito pubblico sul mercato secondario. In questo modo si sono assunte su di loro il rischio eventuale di un default, di fatto annullandolo, invece di scaricarlo sui bilanci delle banche commerciali come sta avvenendo in Europa”. Sul perché nell’Unione europea non sia andata come negli Stati Uniti o nel Regno Unito Wyplosz è fondamentalmente d’accordo con il premio Nobel per l’Economia, Paul Krugman, e accusa Berlino di “moralismo”: “L’opinione pubblica tedesca crede fortemente in un assunto: quando hai fatto degli errori, poi devi soffrire per espiarli. Può essere un principio moralmente condivisibile, però applicarlo alla macroeconomia è profondamente errato”. Ma non è proprio una regola di mercato quella di premiare idee e progetti meritevoli e allo stesso tempo prevedere il “fallimento” di chi sbaglia, così da garantire quel processo di distruzione creatrice che crea in definitiva ricchezza e benessere? “Il principio è valido e giusto per gli attori e i soggetti privati – conclude Wyplosz – ma gli stati sovrani non possono fallire o essere distrutti”.